
Un passato, neanche tanto remoto, riaffiora alla mia mente all’improvviso, riaprendo quella scatola di ricordi, desideri e sensazioni che avevo dimenticato. Ripulendo l’armadio dalle mille scartoffie presenti, trovo una vecchia valigia che parla di me, o almeno, di una parte di me. Quella dei lustrini. Quella della giovinezza (tardiva direi anche). E’ lì, in un angolo dell’armadio, sommersa da altri oggetti e abiti smessi che ogni volta mi ripropongo di dare in beneficienza. La apro. Ne scruto il contenuto. So già cosa contiene, non avrei bisogno di tirare fuori tutto… ma voglio permettere a quegli oggetti di parlarmi, di raccontare la loro storia; così, ad uno ad uno, li appoggio per terra:
- Un cappello di feltro bianco stile gangster.
- Una bottiglietta di olio Johnson.
- Cinture di varia specie, alcune borchiate, altre fini, una di una lunghezza doppia.
- Un cockring in acciaio (…)
- Un cappello da cowboy.
- Una scatola di brillantini in polvere con relativo batuffolo in cotone.
- Braccialetti in pelle, alcuni borchiati.
- Una culotte nera trasparente di Eros Veneziani.
- Una culotte a vita bassissima rosso ciliegia ricoperta di paillettes con una ciliegia di plastica applicata da una parte.
- Un cappello da marinaio.
- Un paio di pantaloni in latex neri e uno in cotone bianco.
- Un piccolo foulard rosso.
- Un gatto a nove code in cuoio.
Forse qualcuno avrà indovinato. Nonostante la mia statura da nano da giardino, c’è stato un tempo che mi ha visto lavorare in discoteca e per alcune feste private come spogliarellista. Sembra assurdo, lo so, ma è così. Ci sono fotografie a confermare quanto dico che però evito di pubblicare in onor della decenza.
C’era elettricità in quelle serate. Tutto si sviluppa in una maniera diversa quando si è protagonisti, e stare su un palco o su “un cubo” significa avere gli sguardi posarsi sul tuo corpo, su ogni tua curva, su ogni muscolo, su ogni espressione del viso. Ogni movimento impercettibile diventa importantissimo. Si è letteralmente in vendita. E questo ti gasa, ti monta, ti fa sentire parte dell’Olimpo anche se in realtà non sei nessuno. Ogni minima approvazione ti da la carica per spingerti oltre, a compiere gesti e movimenti che stuzzichino la fantasia erotica degli astanti. Mani che si allungano, voci sussurrate all’orecchio al tuo passaggio, richieste di ogni tipo e gente, sempre tanta gente, nei camerini. Amici di amici di amici di amici… tutti curiosi di entrare nel backstage.
Sesso nei momenti morti dell’animazione consumato in ogni anfratto o cesso che sia.
Tutto è iniziato per caso, tramite Gaydar dove avevo un profilo. In un mondo che punta all’apparire piuttosto che all’essere, avere un fisico ben sviluppato ti apre molte strade. Puoi essere anche un mostro in faccia: il fisico compenserà quella scarsa sensibilità che la Natura ti ha dimostrato. Ricordo che mi chiamarono perchè servivano volti nuovi per il Capodanno 2006, con volti normali e corpi di media statura. “Vogliamo mettere sul palco il classico ragazzo della porta accanto” si giustificarono. La verità, secondo me, è che non avevano molti soldi da spendere. Accettai con gaudio, elettrizzato dall’idea di un’esperienza nuova, diversa. Centrale. Alla fine risultammo cinque ragazzi, alcuni con un piccolo passato di dancer, altri, come me, completamente acerbi. Provammo e riprovammo per intere settimane balletti e coreografie, passi e scalette della serata. Ideammo scenografie e ci improvvisammo sponsor di noi stessi, andando nelle serate in discoteca vestiti con magliette ideate da me con impresso il logo della disco e dell’evento. Avevo una paura fottuta di fare una figura di merda e mi impegnai a fondo, provando anche a casa, da solo. Imparai a memoria i passi di Hung Up e altri studiati appositamente per altre canzoni.
La serata a dirla tutta non fu un granchè: l’Hub di Lucca assorbì praticamente tutto il mondo frociarolo della provincia Toscana e dintorni, ma io mi divertii tantissimo ugualmente. Quella sera fu il trampolino di lancio per altre serate in altri posti. Arrivai perfino a fare lo spogliarellista in feste private, con i classici pantaloni a strappo che si tolgono in un colpo solo. Ne ricordo una in particolare, in una Villa dispersa nelle campagne tra Prato e Pistoia. Due donne gemelle compivano 40 anni. Legate alla sedia, ma con le mani libere, furono “costrette” a ricevere per regalo di compleanno due ragazzi che, vestiti da cameriere, si sono spogliati fino a rimanere in mutande a due centimetri dai loro corpi. Vedevo l’imbarazzo mischiato all’eccitazione delle due donne che si chiamavano urlando fra loro nonostante le due sedie fossero legate insieme, mentre con le mani mi toccavano il ventre e i pettorali. Ero gasatissimo. Mi sentivo Rocco Siffredi durante una performance in pubblico. Lì ci beccai mio cugino. Che figura di merda… mi avvicinò chiedendomi se ero veramente io (avevo gli occhiali da sole…) e gli chiesi di non riferire niente a nessuno.
Sono stato vestito da marinaio sexy, nudo con solo i pantaloni bianchi a vita bassa e un cappellino in testa; da cowboy con un lazzo in mano a seguito del film Brockeback Mountain; da galletto quando venne fuori l’influenza aviaria; da master con pantaloni in latex e gatto a nove code in mano con cui frustavo uno slave, performance che piacque ad un organizzatore di una disco su al nord (Verona? Padova? non ricordo…) e che mi propose un accordo… con annesse alcune prestazioni particolari. Rifiutai. Iniziai a stancarmi. Mi proposero di fare il barista all’Hub nonostante io non sappia manco riconoscere gli alcolici fra loro. “Imparerai. Basta che ti metti a petto nudo dietro il bancone e il resto verrà da sè”. Ci pensai per un po’… in fondo il popolo fociarolo vive di popolarità, e fare il barista nel covo frocio per eccellenza me ne avrebbe portata molta. Ma la paga era bassa e il gioco non valeva la candela. Rifiutai ancora. Mi chiamarono per altre occasioni, ma trovai il modo di divincolarmi. Nella mia vita stava entrando Bi e non c’era più spazio per tutto quello.
Quanti ricordi… per una valigia così piccola.
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