Parigi è senza dubbio la capitale Europea che preferisco in assoluto. La sento mia, come del resto tutta la Francia. Alle medie avrei voluto fare francese perchè mi sembrava una lingua così nobile e sensuale (da frocia insomma) però fui persuaso da tutti a scegliere inglese che sicuramente avrei sfruttato molto di più. Il fatto ch’io sia sempre stato una schiappa a scuola, comunque, ha reso vane tutte queste persuasioni. Non è la prima volta che mi reco a Parigi. L’ultima volta, nel 2004, ci andai con un tipo bello e muscoloso con il cervello grande come una cagata di pecora con cui mi frequentavo, tale Bambolone, il quale mi lasciò il giorno dopo aver rimesso piede sul suolo Italico.
Che niente niente Parigi porta sfiga?

Arriviamo sul suolo Francese intorno alle 16. Ad accoglierci uno strato di nubi alto e denso come un cheesecake formato gigante e carico di pioggia. Per la seconda volta raccogliamo le valigie ancora più zuppe di quando siamo atterrati a Praga e pure a sto giro la mia è l’ultima a comparire sul nastro trasportatore echecazzo! Noto diversi cambiamenti positivi nell’aeroporto, a cominciare da un treno-navetta gratuito che da Paris Orly ci lascia dritti dritti alla stazione metropolitana più vicina. La prima cosa che salta subito all’occhio è la differenza tra Praga (pulita e relativamente nuova) e Parigi (caotica con vecchie e sporche carrozze della metro): mi sentivo tanto la protagonista di Come d’Incanto che dal mondo delle fiabe si ritrova sbattuta nella realtà frenetica della Grande Mela.

Una fiumana di persone di ogni razza e colore corre all’impazzata da una parte all’altra dei sotterranei della metro, una città sotto la città! Sbarchiamo alla fermata di Goncourt e ci mettiamo alla ricerca dell’albergo. Da bravo pirla quale sono mi ero detto: Parigi la conosco, quindi non ho bisogno di segnarmi i luoghi d’interesse come ho fatto con Praga. Tra i quali manco l’hotel. Vaghiamo per circa una mezzora buona intorno allo stesso incrocio, fermando i passanti per chiedere dove fosse Rue Auguste Barbier, tra i quali un portoghese che tenta di spedirci dall’altra parte di Parigi, e una donna sorda come una campana che mi fa ripetere l’indirizzo talmente tante volte ad alta voce che, ad un certo punto le grido spazientito in italiano “Ma che sei sordaaa?!?”. Poi, lampo di genio: chiamo direttamente l’albergo e, in inglese, gli spiego di essermi perso a Parigi. Il tipo ridendo -ma che te ridi?!?- mi spiega la strada per arrivare (dietro l’angolo praticamente) e riaggancio.

Reduci da un albergo stupendo, il contrasto con quello francese è una tranvata in pieno viso. La reception ricavata in un sottoscala maleodorante, l’ascensore talmente piccolo che facciamo a turno per salire, e la camera è un loculo di 2.30 x 3.40. Se non altro la stanza è pulita, situata al quinto piano con vista sulla strada e sui tetti e le mansarde di Parigi. Non essendoci persiane oscuranti ma solo una tenda a proteggere la nostra privacy da sguardi indiscreti, mi diverto molto a fare sesso con Bi con la luce accesa e la tenda aperta sapendo che qualcuno potrebbe osservarci da una finestra di fronte.

Sistemiamo i bagagli e usciamo subito per fare una breve escursione di Parigi in notturna. Percorriamo a piedi dall’Hotel de Ville fino all’Arc de Triomphe sugli Champs Elysèes ancora splendidamente illuminati dalle decorazioni natalizie che rende gli alberi come grandi sculture in cristallo di Bohemia. Sul lungosenna vediamo in lontananza la Tour Eiffel illuminata a mò di albero di natale scintillante. Parigi. Un’emozione nasce ed esplode dentro di me. Come sembra lontana Praga. Bi rimane esterrefatto dagli spazi aperti ed enormi della città; io mi sento a casa. Intanto il cielo si è aperto e l’indomani ci accoglie una splendida giornata di sole.

Facciamo colazione in un bar con caffè espresso e croissant. La signora al banco mi domanda se lo voglio stretto, normale o alto. Rispondo “Normale, merci…” e mi presenta una tazzina piena fino all’orlo di una broda pietosa scura e insapore. Mi giro verso Bi ad incontrare il suo sguardo, dicendo: “E se l’avessi chiesto alto cosa mi dava?”. La risposta mi viene fornita da un secchio posto ai piedi della signora. Due caffè e tre croissant € 10.80. Col sorriso sul volto saluto la signora: “Baldracca. Au revoir madame, merci!”.

Alterniamo i musei allo shopping, divenuta ormai un’usanza chiave del nostro soggiorno. C’è da dire che i parigini sono quasi tutti ben vestiti e profumatissimi. Anche gli zingari che passano sul treno a chiedere l’elemosina emanano un buon odore. Noi vestiti come gli indomiti esploratori dei fiordi norvegesi ci sentiamo come dei profughi appena sbarcati dai gommoni, totalmente a disagio davanti a tanta raffinatezza. Gli scarponi ai piedi hanno finito per ridurmi le estremità inferiori a due moncherini rigonfi e malformi e si impone la necessità di comprarsi un paio di scarpe nuove o, in alternativa, una sedia a rotelle. Anche qui, come a Praga, la cucina è una vera merda. Continuiamo ad andare avanti ad insalate del McDonald e sushi (che in relazione costa molto meno che fare colazione con caffè e brioches).

Il primo giorno di pioggia decidiamo di recarci in visita alla Reggia di Versailles. Mentre siamo in coda per fare i biglietti, Bi nota una signora che, bagnata fracica, tenta un’escalation della fila passando davanti a tutti. Con un colpo secco Bi allunga il braccio e la blocca dicendo: “Toh stronza! di quà col cazzo che passi!”. La signora non fa una grinza: si piazza dietro di noi con una faccia di bronzo invidiabile che manco Mastella se la sogna, alla faccia dei 40 cristiani che ha appena sorpassato selvaggiamente. Tanto sono giapponesi…

In serata visita al quartiere Le Marais, il quartiere gay che sta a 10min a piedi dal nostro albergo, in cerca di un locale e di un po’ di movida. La fauna parigina è pressochè come la nostra: dagli orsetti alle checche con qualche palestratone belloccione in più (almeno rispetto alla piazza fiorentina). Alla fine non entriamo in nessun locale ma giriamo per le strade del quartiere fino a quando dichiariamo conclusa la passarella in vetrina.

L’ultimo giorno di vacanza lo dedichiamo interamente a Disneyland Paris. Nonostante il mal tempo, il fatto che Bi avesse dimenticato gli ombrelli in albergo e i 57 euro del biglietto d’ingresso, ci godiamo questa giornata nel modo più assoluto. Andare a Disneyland significa tornare bambini e aggirarsi per il parco con un sorriso ebete sul viso, salutando i personaggi come se si trattassero dei veri protagonisti dei cartoons! “Ciao Cenerentola! io ti guardavo sempre quand’ero bambino!!!” esclama Bi al suo passaggio. Durante la sfilata dei carri, poi, la musica e un gradevole profumo di rose completano l’atmosfera fiabesca respirata fino ad ora.


Ma è arrivato il momento di fare fagotto e ritornare a casa. La compagnia Ryanair ci fa pagare solo 10€ per un volo in partenza dal “terzo”aeroporto di Parigi, Beauvais, a 90 Km a nord dalla capitale. Sti cazzi.
Nel momento stesso in cui mi viene comunicato dove si trova l’aeroporto, inizia a raggelarmi il sangue nelle vene, la temperatura corporea raggiunge i -10°C e dalla bocca inizio ad emettere fumini d’aria fredda. Vedo la gente morta… Per raggiungere questo aeroporto che si rivelerà non più grande di una stazione per autobus, usciamo dall’albergo alle 5.30 del mattino. Con la metro raggiungiamo i confini di Parigi dove ci attende un bus come quello preso all’andata diretto a Beauvais. Fortunatamente a sto giro va tutto bene. Te credo, siamo in Francia. L’aereo proveniente dall’Italia è clamorosamente in ritardo -te pareva- e già mi sento a casa (frase scritta con leggero accenno di sarcasmo). Ad accoglierci sul volo una hostess che sembra la strega di Biancaneve (un ghigno raggelante che secondo lei dovrebbe essere un sorriso) e una stewart che pare la sosia di Renato Zero, movenze isteriche comprese.
L’arrivo a Pisa è imbarazzante: nessun controllo di documenti da parte delle Autorità Italiane e un servizio scadente di treno/navetta -uno ogni ora- che ci colleghi alla stazione di Pisa Centrale.
Addio Parigi. Torno nel Terzo Mondo.
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